autore

Nato il 10 settembre 1980 a Latina. La formazione artistica di Daniele Frisina inizia nel 1995 e spazia dalla ceramica ai cartoni animati, passando per le vignette e il lavoro di educatore artistico.

Da sempre appassionato al fumetto giapponese, trasforma il suo interesse in un oggetto di ricerca di espressione. Approda alla costruzione di un personaggio stilizzato, con grandi occhi ma senza bocca, che troviamo in tutti suoi quadri, quasi a rappresentare un alter ego.

La sua arte ha il pregio di essere immediata, comprensibile, ma nello stesso tempo empatica, i personaggi divengono simboli di emozioni o situazioni molto quotidiane, quindi condivisibili, e nello stesso tempo poetiche. Un velo di malinconia e tenerezza avvolge queste tele, che prevedono al loro interno grandi campiture di colore, che fanno da contrappunto generando luminosità ed energia. 

(M. Cozzuto)


“Classe 1980, Frisina aveva dimostrato la capacità di abile fumettista abituandoci all’immediatezza comunicativa dei suoi personaggi. In quest’ultima produzione sembra intraprendere la strada verso l’astrattismo. Protagonisti rimangono sempre il colore e la linea. Il primo ricopre in una sola tonalità forte la superficie; la seconda, con un tratto nero e spesso, disarticola la figura umana creando un intreccio di linee continuo e arabesco.” 

(G. Stuto)

Il suo linguaggio artistico è molto legato alla grafica e all’utilizzo del pc. Soggetti preminenti delle sue opere sono omini in cui prevalgono colori accesi contornati da una linea di contorno nera e spessa.

Daniele Frisina e le sue tele in cui il colore è il vero protagonista e da cui emergono personaggi disegnati con contorni netti e sagome piatte fortemente simboliche. Figure semplici e stilizzate, evocate dal mondo dei fumetti, dove i colori presenti nella figura e/o nel contorno creano un’atmosfera, un clima cromatico, raccolgono le energie dell’arte. Nelle opere di Daniele il mondo esterno sembra “derealizzarsi” esprimendo un’indagine, un ritorno all’infanzia del mondo, alla ricerca del proprio sé, smarrito nella labirintica realtà esterna. Il dipinto diventa lo specchio dell’anima.

(A. Acquafredda)

La pittura di Daniele dimostra come il cambiamento e l’evoluzione – nell’arte come nella vita – per essere davvero tali, debbano necessariamente procedere per gradi, affinché si consolidino e si stabilizzino.

 Il messaggio non è qualcosa di definito, ma si manifesta per il suo continuo essere in fieri, in divenire, coincide con il passaggio di emozioni attraverso un cerchio, canale ristretto di entrata e di uscita, luogo di trasformazione, emblema della molteplicità semantica e semiotica dell’individuo, di una dualità tra emozione e raziocinio che solo illusoriamente può essere ricongiunta del tutto, ma che mai smette di cercare un precario equilibrio. Ecco allora che il cerchio, da sempre ritenuto simbolo di un’utopistica perfezione, diventa metafora di perfettibilità, spazio custodito di un’accurata introspezione che esclude le aprioristiche categorie di negativo e positivo, rivela la falsità di ogni manicheismo e inneggia alla relatività di qualsiasi sentimento. E qui subentra l’importanza degli occhi, dell’angolazione visiva, della prospettiva, che rende possibile la trasformazione, fa in modo che la rabbia diventi energia creativa, la paura stimolo alla sopravvivenza e capacità di difesa, il passato linfa vitale di apertura al presente, anziché nostalgico ripiegamento. Questo processo avviene mediante un lavoro in negativo, un corrispettivo pittorico del levare che è tipico della scultura: le campiture cromatiche nette, accese, squillanti e contrapposte dei primi lavori lasciano il posto, nelle opere più recenti, ad una monocromia declinata in diverse sfumature tonali, labili sfaccettature di un’illusione ottica attraverso cui il bianco della tela si fa colore, dona profondità e respiro al quadro, riceve e dà vita a forme diramate, è spazio circoscritto e al contempo aperto, paradossalmente saldo nella sua imprevedibilità, anzi, forse proprio in virtù di questa.  

(Laura Cianfarani)

Testo critico

a cura di Silvia Sfrecola Romani

Dall’autoritratto con il pennello tra i denti ai cagnolini stile manga, i lavori di Daniele Frisina, classe 1980, ti catturano con la loro immediatezza che non è mai spontaneità quanto piuttosto schiettezza esecutiva perché ogni singolo particolare, prima di essere dipinto, viene attentamente e meticolosamente valutato. Allievo di Giuliana Bocconcello, da cui ha mutuato una ricerca espressiva emotivamente autentica, Daniele però è un fumettista della miglior specie, poco istintivo, ma ineccepibile e perfezionista, che prepara minuziosamente ogni lavoro, su carta, al computer, quindi su tela. Ma è al colore che Daniele affida la sua emozionalità più autentica e per certi versi nascosta, sebbene continuamente in lotta con quelle linee nere, così spesse, che cercano di chiudere, comprimere, contenere uno slancio emotivo autentico e passionale.  

Se li hai visti una volta, i suoi lavori, te li ricordi: i suoi omini iconicamente inespressivi, eppure teneramente malinconici, hanno occhi spalancati ma sono privi di bocca, braccia o gambe perché nessuna possibilità viene data all’esterno di entrare in comunicazione; ad individuarli è quella linea continua, spessa, grossa e nera, che come un serpente trattiene perfidamente tra le sue spire colori forti, la cui carica simbolico-espressiva, pare non essere affatto disposta a cedere. Daniele dosa e valuta rigorosamente anche i colori (il verde è ambiguità, il magenta è calore-bontà, il giallo tensione, il blu assenza) perché niente va ‘spiattellato’ sulla tela senza una rigorosa pre-selezione.

E’ come se Daniele avesse messo a punto un suo sistema simbolico, quasi una segnaletica estetico-espressiva, inconfutabile e rassicurante come un semaforo (della serie rosso stop, verde vai). Apparentemente facile, in realtà il suo è un lavoro complicato, ermeticamente serrato, che lascia poco spazio all’interpretazione perché lui cerca di controllare ogni dettaglio, dal più piccolo al più grande. E a chi guarda non resta che adeguarsi al suo codice semantico, rispettandolo.